giovedì, 22 febbraio 2007
"Un omicidio fa un cattivo, milioni di omicidi fanno un eroe. I numeri santificano” Charlie Chaplin in "Monsieur Verdoux"
 
Dedicherò alcuni post ai crimini di guerra e contro l’umanità compiuti dagli italiani, durante il regime fascista, nei confronti di altri popoli e nazioni. Comincio qui con la conquista e l’occupazione dell’Etiopia. Le prime due parti si occuperanno non della campagna militare ma bensì dell’occupazione.
Gli atroci fatti che si verificarono in quel lembo di terra africana, nei libri di storia e in generale nel dibattito culturale non hanno alcun eco. Eppure rappresentano in pieno una delle pagine del nostro passato: sono pagine nere, che mostrano un popolo, quello italiano, commettere atti d’inaudita violenza. Sono pagine omesse e trincerate dietro la favoletta nazionalpatriottica, costruita ad arte, che ci descrive come fascisti, conquistatori e bellicosi ma umani e civili, insomma “bravi italiani”, diversi e migliori delle altre potenze coloniali. Questa la favola, la realtà, invece, è un'altra: l’imperialismo italiano è stato brutale e criminale, razzista e terrorista come gli altri imperialismi europei. Spero che la lunghezza di questo post non vi scoraggi dal leggere i fatti che qui racconto.
 
Nel recinto del Piccolo Ghebì, il palazzo imperiale ad Addis Abeba, si è radunata una piccola folla di civili e di autorità italiane ed etiopiche, per celebrare la nascita del primogenito del principe Umberto di Savoia.Tra i partecipanti, naturalmente, c’è la massima autorità politica e militare dell’Etiopia italiana: il maresciallo d’Italia, viceré e governatore Rodolfo Graziani. E’ il 19 febbraio 1937.
Verso mezzogiorno nel piazzale scoppia il caos: due attentatori eritrei (e sottolineo eritrei, non degli etiopici), da un balcone del palazzo, lanciano otto bombe a mano sulle autorità. Ci sono sette morti e cinquanta feriti, tra questi, il probabile obbiettivo dell’attentato, cioè Graziani. I soldati italiani aprono subito il fuoco, e per tre ore continueranno la sparatoria. Alla fine il piazzale del Ghebì è ricoperto di cadaveri.
Subito dopo aver appreso la notizia dell’attentato, Mussolini invia a Graziani, che nel frattempo è stato ricoverato in ospedale, questo telegramma: “Non attribuisco al fatto una importanza maggiore di quella che effettivamente ha, ma ritengo che esso debba segnare l’inizio di quel radicale ripulisti assolutamente, a mio avviso, necessario”.
Il “radicale ripulisti” non si fece attendere. Ad Addis Abeba, l’uomo che prese immediatamente l’iniziativa di dare agli etiopici una lezione indimenticabile, non è però Graziani, ma bensì il federale fascista della capitale, Guido Cortese.
La rappresaglia si scatena quasi subito, nello tardo pomeriggio del 19 febbraio. Alcune centinaia di squadre composte da camice nere e coloni, si riversano nei quartieri indigeni e danno inizio alla più forsennata “caccia al moro” che si fosse mai vista. Quel giorno, le strade di Addis Abeba, verranno lastricate col sangue e con i cadaveri di migliaia di civili etiopici, innocenti e di ogni età.
Annota nel suo diario segreto, il giornalista Ciro Poggiali: “Tutti i civili [italiani] che si trovavano in Addis Abeba hanno assunto il compito della vendetta, condotta fulmineamente con i sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganello e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada”. E continua: “Vedo un autista che, dopo aver abbattuto un vecchio negro con un colpo di mazza, gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta. Inutile dire che lo scempio si abbatte contro gente ignara e innocente”.
Un altro testimone dei fatti, Antonio Dordoni, descrive altri episodi verificatisi durante questa brutale rappresaglia: “In genere davano fuoco ai tucul [piccole capanne] con la benzina e finivano a colpi di bombe a mano quelli che tentavano di fuggire ai roghi. Intesi uno vantarsi di essersi fatto dieci tucul con un solo fiasco di benzina. Un altro si lamentava di avere il braccio destra stanco per il numero di granate che aveva lanciato. Molti di questi forsennati li conoscevo personalmente. Erano commercianti, autisti, funzionari, gente che ritenevo serena e del tutto rispettabile. Gente che non aveva mai sparato un solo colpo e che ora rileva rancori ed una carica di violenza insospettabile. Il fatto è che l’impunità era assoluta. Il solo rischio che si correva era quello di guadagnarsi una medaglia.”
La furia della vendetta fascista non risparmia neanche le chiese: il federale Cortese dava l’ordine di incendiare l’interno della chiesa di San Giorgio e di bruciarvi vivi una cinquantina di diaconi. L’intervento di un colonnello dei granatieri salvò i cinquanta religiosi di rito cristiano-copto dal rogo, ma non la chiesa.
Mentre i coloni italiani “civile” massacrano la popolazione indigena con mazze e bombe a mano, i militari operano arresti in massa, una pulizia etnica, e convogliano circa 4000 etiopici in improvvisati campi di concentramento.
Nella notte, avviene l’ultima spedizione punitiva contro gli agglomerati di tucul situati lungo il corso dei due torrenti, che attraversano la città da nord a sud. Vengono date alle fiamme tutte le abitazioni. I roghi ardono per tutta la notte illuminando a giorno la capitale: la ritorsione, iniziata nel pomeriggio, ha assunto ormai i contorni del genocidio, del massacro di massa, dello sterminio sistematico.
L’indomani mattina questo è quello che si presenta agli occhi di Alfredo Godio, vercellese trasferitosi in Etiopia: “Se ne erano salvati ben pochi di tucul. Fra le macerie c’erano cumuli di cadaveri bruciacchiati. Più tardi, sulla strada per Ambò, vidi passare molti autocarri “634” sui quali erano stati accatastati, in un orribile groviglio, decine di corpi.”
I massacri dureranno tre giorni, durante i quali, nessuna autorità italiana civile o militare interviene per fermare questa mattanza, o meglio, questa prima parte del “radicale ripulisti”.
Il solo 21 febbraio, Graziani, preoccupato per il fatto che i diplomatici stranieri presenti nella capitale si muovevano armati di macchine fotografiche per documentare le immagini più cruente della strage, invia un messaggio al federale fascista Cortese ordinando che le rappresaglie “cessino in modo assoluto”.
Il federale, lo stesso che aveva organizzato e ordinato le violenze contro la popolazione civile, diramava immediatamente il seguente ordine: “Camerati! Ordino che dalle 12 di oggi 21 febbraio XV cessi ogni e qualsiasi atto di rappresagli”. Il comunicato, diffuso attraverso un volantino, è praticamente un’autodenuncia della strage.
Intanto Mussolini, da Roma, inviava a Graziani questo telegramma, che non ha certo bisogno di commenti: “Nessuno dei fermi già effettuati e di quelli che si faranno deve essere rilasciato senza mio ordine. Tutti i civili e religiosi comunque sospetti devono essere passati per le armi e senza indugi. Attendo conferma”. Va detto che tutti gli arresti di massa o non venivano fatti sommariamente e soprattutto nella più totale illegalità. Nella maggior parte dei casi si tratta di persone assolutamente innocenti e pacifiche oppure in possesso di armi: le autorità italiane avevano vietato agli indigeni di possedere armi, questo bastava per essere arrestati e in molti casi passati per le armi (“Ho fatto compiere nella città perquisizioni con ordine di passare per le armi chiunque fosse trovato in possesso di strumenti bellici”, Graziani a Mussolini).
Anche se il telegramma di Mussolini è mascherato da una parvenza di legalità, con quel “comunque sospetti”, possiamo dire senza problemi che tutti gli etiopici di ogni grado sociale ed età erano possibili sospetti e soprattutto tulle le condanne a morte erano decise sinteticamente e senza alcun processo o raccolta di prove. Aldilà del “comunque sospetti”, se eri etiope tanto bastava per essere un possibile nemico o cospiratore da reprimere. La “giustizia” italiana in Etiopia seguiva molto brutalmente la legge dell’occhio per occhio dente per dente, era una giustizia terrorista. La stessa giustizia sommaria, per fare un parallelo, che i nazisti applicheranno in tanti eccidi durante la II guerra mondiale contro le popolazioni civili.
Ma la strage di innocenti seguita all’attentato a Graziani non finiva. Il 26 febbraio l’avvocato militare Bernardo Olivieri, aveva inviata una relazione al viceré, nella quale si definivano le responsabilità materiali dell’attentato del 19 febbraio: per l’avvocato i responsabili erano gli allievi della Scuola militare di Olettà. E’ tutto falso. Come abbiamo gia visto i responsabili sono due eritrei, eccola la ricostruzione dello storico Angelo Del Boca: “Di questo gesto estremo si incaricavano due giovani studenti eritrei, Abraham Debotch e Mogus Asghedom, i quali, nei giorni precedenti all’attentato con la complicità di un tassista, si erano addestrati al lancio delle bombe a mano sulle pendici del monte Zuqualà”. L’attentato è maturato tra sole tre persone ed estranee all’ambiente della scuola militare. Il rapporto dell’avvocato Olivieri era spudoratamente falso ma faceva comodo a Graziani, che doveva portare a termine quel “radicale ripulisti” ordinato da Mussolini. E infatti, lo stesso 26 febbraio faceva fucilare 45 “fra notabili e gregari risultati colpevoli manifesti”: no, sono 45 persone innocenti. Altri 26 vengono assassinati nei giorni successivi.
Graziani era sempre stato un generale senza umanità, un assassino e un mostro criminale. I suoi metodi erano disumani tanto che il Libia era soprannominato “il macellaio degli arabi”. Ai fini della repressione, per esempio, arrivò addirittura a proporre a Mussolini “di radere al suolo tutte la vecchia città indigena e accampare tutta la popolazione in un campo di concentramento”, in due parole: pulizia etnica. Mussolini, per una volta si opponeva al mostruoso progetto, non perché lo ripugnava, ma perché: “Solleverebbe nel mondo una impressione sfavorevolissima”.
Il Duce teneva più alla reputazione del fascismo italiano in ambito internazionale che alla vita dei civili etiopici…evidentemente per Mussolini era più importante il prestigio dell’Italia, evidentemente…
Dopo le stragi e le fucilazioni vennero le deportazioni. Con il bene placido di Mussolini, il viceré il 7 marzo deportava nei campi di concentramento in Italia, ben 400 notabili che erano stati ammassati dal giorno dell’attento, nelle carceri del palazzo vicereale. “Gli elementi di scarsa importanza ma comunque nocivi” venivano invece rinchiusi nei campi di Nocra, in Eritrea, e di Danane, in Somalia, dove circa la metà moriva per malattia o per la scarsa e cattiva alimentazione.
A prova che il “radicale ripulisti” da attuare, aveva i connotati tipici della pulizia etnica, sta nell’eliminazione in massa di indovini, cantastorie, stregoni e eremiti. Questi, a detta di Graziani e di una relazione degli organi di polizia, erano tra i “più pericolosi perturbatori dell’ordine pubblico” essendo colpevoli di “diffondere ad arte notizie false o catastrofiche, come l’imminente fine della dominazione italiana in Etiopia.”
“Convinto della necessità di stroncare radicalmente questa mal pianta”, verbalizza l’efficiente macellaio Rodolfo Graziani, “ho ordinato che tutti i cantastorie, indovini e stregoni della città e dintorni fossero arrestati e passati per le armi. A tutt’oggi ne sono stati rastrellati ed eliminati settanta”. “Approvo quanto è stato fatto circa stregoni e ribelli”: questa la risposta di Mussolini.
Questi i tragici fatti avvenuti dal febbraio al marzo del 1937. Il peggio, comunque, doveva ancora venire…
 
Quali in numeri di questa prima fase del “radicale ripulisti”?
Ancora oggi è impossibile stabilire il numero esatto delle vittime dei tre giorni (19-20-21 febbraio) di repressione violenta. Nel memorandum presentato dal governo etiopico al Consiglio dei ministri degli Esteri delle potenze vincitrici riunito a Londra nel settembre 1945, si parla di “30.000 uccisi durante la strage del 1937”. Probabilmente, la cifra comprende anche le esecuzioni sommarie avvenute dopo i tre giorni di stragi, ma da sicuramente l’idea di una strage di enormi proporzioni e difficile da quantificare con precisione. I giornali inglesi, francesi e americani dell’epoca, ad esempio, forniscono cifre che oscillano fra 1400 e 6000 morti. Graziani, in uno bilancio fornito a Mussolini il 22 febbraio, afferma che: “Sono state passate per le armi un migliaio di persone e bruciati quasi altrettanti tucul”.
Per quanto riguarda l’esecuzioni sommarie avvenute dopo i tre giorni di strage, i dati sono un po’ precisi. Riferisce Graziani a Mussolini, in una relazione del 21 marzo: “Ad oggi sono state eseguite 324 esecuzioni sommarie [altra autodenuncia dei fatti], tuttavia con colpabilità sempre discriminata e comprovata”. Il 30 aprile i “provvedimenti di rigore” passavano da 324 a 710. Il 25 luglio a 1878. Il 3 agosto a 1918. Poi il viceré cessava di tenere questa macabra e ripugnante contabilità. Graziani, vorrei farvi osservare, parla di esecuzioni, di fucilazioni e non di fucilati cioè indica il numero dei provvedimenti e non il numero dei condannati a morte. A differenza della relazione del colonnello dei carabinieri Azolino Hazon che parla di 2509 etiopici uccisi, tra febbraio e maggio, dai carabinieri. [Fine Prima Parte]
postato da: Ninel alle ore 07:36 | Permalink | commenti (23)
categoria:politica, crimini imperialismo italiano 1