venerdì, 22 dicembre 2006
Premessa
Il lavoro che pubblico qui (in più “atti” e in tempi diversi) è frutto di una riflessione personale. Voglio precisare che tutti i fatti che verranno riportati, soprattutto quelli meno noti, sono stati raccolti dalla lettura di una serie di libri, articoli, documenti ecc ecc. Non si tratta di congetture o fantasie, ma di fatti veri, fatti storici, fatti realmente accaduti di cui esiste testimonianza e documentazione.
 
I - Che cos’è la “Strategia della tensione”?
 
La Guerra Fredda fu, senza dubbio, il più grande laboratorio delle forze eversive e dei poteri occulti, in particolare nel blocco occidentale. In questo periodo furono sperimentate, e in molti casi messe in pratica, ogni sorta di operazioni volte a influenzare, pilotare, manipolare ed interferire in modo subdolo o violento nella vita civile di molti paesi. Spesso, anzi sempre, tali strategie erano pianificate dai governi e applicate per conservare il potere dei gruppi costituiti, “minacciati” dal famoso “spettro”: il comunismo. In qualsiasi nazione in cui tale “spettro” si materializzava, anche democraticamente, doveva essere messo fuori gioco: allora la “macchina eversiva” si face guardiana dell’ordine costituito e attraverso il “disordine” pianificato portò avanti la controrivoluzione e cioè impedì l’attuazione delle regole democratiche, rimandate ad altre stagioni. A fare da supervisori e da coordinatori, a volte interferendo direttamente altre volte notificando, gli Stati Uniti d’America, nazione guida del “blocco occidentale”. Questo è quello che accadde nel “Mondo libero”. Questo è quanto si verificò in Italia. La Strategia della Tensione fu appunto questo: una guerra dichiarata e combattuta dai centri del potere contro il resto del paese, che si stava trasformando velocemente e che andava verso posizioni riformiste o verso le sinistre.
 
Quando si parla della strategia della tensione si cade in errore molto frequente. Si tende a interpretare gli attenti, gli eccidi e il disordine come l’effetto di una organizzazione “deviata”, semiclandestina, svincolata dalla volontà governativa e dal controllo dello stato e che anzi fa la guerra a quest’ultimo. Si tende a scaricare la responsabilità delle azioni violente sulle solite “mele marce” considerate estranee al potere legale e costituito. Ma la realtà dei fatti dice tutt’altro. In proposito Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione stragi (l’Italia, sia chiaro, è l’unico paese al mondo ad avere una “Commissione stragi” del parlamento) è arrivato a questa considerazione: “[…] Ciò che nasce nel 1969 è un fenomeno del tutto diverso, che per molti anni si sovrappone e si somma alle manifestazioni dell’estremismo neofascista. E’ pur vero che spesso i protagonisti sono gli stessi, ma in questa nuova attività appare subito evidente la presenza occulta, se non di un unico regista, almeno di un centro alieno di fomentazione, istigazione, finanziamento e parziale coordinamento [qui si riferisce agli apparati dello stato]. Un dato è certo: l’irruzione del fenomeno e il suo radicarsi stabilmente furono troppo repentini perché tutto ciò potesse essere considerato spontaneo. Le acquisizioni giudiziarie di questi ultimi vent’anni confermano che la mutazione genetica subita da parte del radicalismo di destra fu un fenomeno indotto da settori delle strutture di sicurezza, che una saggistica pigra ha definito ‘deviati’ e che invece le acquisizioni più recenti convincono siano appartenute a una dimensione strategica di respiro internazionale”.
Non si tratta dunque di una velleità sovversiva di qualche maniaco estremista o di qualche camerata nostalgico in cerca di gloria. Bensì di una operazione eversiva ben organizzata e strutturata, con un progetto chiaro ed organico, calcolato fin ne minimi dettagli, alla quale parteciparono attivamente vari soggetti: nazionali ed internazionali, militari e civili, delle istituzioni e della politica. Il meccanismo della “macchina del disordine” funzionava più o meno così: le direttive maturavano in ambito internazionale con partecipazione attiva dello stato italiano, poi il compito di attuarle, cioè pianificare gli attentati e il disordine, spettava ai vari organi di “sicurezza” in concomitanza con le organizzazioni paramilitari anticomuniste e neofasciste, costituite a tale scopo dallo stato: è il caso del “Sifar”, del “Gladio”, della “Rosa dei venti” e dei vari movimenti neofascisti come Avanguardia Nazionale o Ordine Nuovo di Pino Rauti (agente dei servizi italiani), legati alla Movimento Sociale Italiano di Almirante. Un triangolo eversivo, una trinità: servizi americani, stato italiano, neofascismo.
Tutte le stragi che hanno insanguinato l’Italia a partire dal 1969”, dice Vincenzo Vinciguerra, ex ordinovista “appartengono a un’unica matrice organizzativa…che obbedisce a una logica secondo cui le direttive partono da apparati inseriti nelle istituzioni e per l’esattezza in una struttura parallela e segreta del ministero dell’Interno”, quindi gli ordini piovevano dall’alto e venivano raccolti dalla base dell’organizzazione. Lo stato non subì i disegni terroristici dell’estremismo di destra, ma fu il mandante. Questa è una condizione sine qua non la messa in atto della strategia della tensione non poteva avere successo. Furono le forze di governo ha fomentare l’ondata stragista, con intenti molto chiari: impedire l’avvicinamento delle sinistre al potere e alla società e stroncare sul nascere ogni “deriva” riformista del governo, che subiva di riflesso l’onda progressista della fine degli anni ’60.
La strategia della tensione, era per le forze di potere una prassi politica sperimentata già da tempo, fin dal maggio 1947 con la strage di Portella della Ginestra e con l’attentato a Togliatti, avvenuto nel luglio del 1948. Il fine era sempre lo stesso, e cioè: “creare una stato di tensione che favorisca o una reazione armata o l’instaurazione di un regime di destra, presidenzialista, o l’intervento dell’esercito dopo la discesa in piazza della sinistra, magari provocata con azioni violente”. Molto semplicemente si trattava di: creare le condizioni per un colpo di stato, attraverso la provocazione diretta dell’avversario, che dovrebbe reagire violentemente con scontri di piazza o insurrezione così da mettere in atto la repressione ufficiale, oppure attraverso la strumentalizzazione degli attentati, fatti dal potere, contro le sinistre, per giustificare davanti all’opinione pubblica, la loro persecuzione. Insomma, portare il paese in uno stato di emergenza, così da permettere a chi ha progettato il disordine, di arrivare alla tanto amata svolta autoritaria. Afferma il gia citato Vinciguerra: “Volevamo creare il caos in modo che poi sarebbero intervenuti i militari a rimettere ordine nel paese. Dopo di che sarebbe stata instaurata una repubblica presidenziale, guidata da un uomo forte che loro avevano già individuato”. Perciò le bombe che scoppiano qua e là, gli scontri di piazza provocati dagl’infiltrati delle forze dell’ordine nei cortei non erano altro che la punta dell’iceberg di uno scenario più ampio e complesso, di un disegno politico occulto ignorato dai più e che tuttora non viene preso in considerazione. Paradossalmente quello che si voleva fare era “destabilizzare per stabilizzare”, creare il caos per portare l’ordine.
A questo punto è interessante riportare alcune frasi di un documento del Dipartimento di Stato americano del maggio 1946: parla di “propaganda occulta” e “falsi incidenti”: “La propaganda occulta è uno dei più efficaci mezzi attraverso i quali un governo, un’organizzazione o un gruppo può esercitare segrete pressioni, che possono essere di natura politica, economica o militare”, inoltre viene precisato che la “propaganda occulta” è utile per: “la fomentazione di sommosse, di azioni di resistenza o di rivolte, la provocazione di cambiamenti politici, l’indebolimento del morale di un popolo o di un esercito”. In fine si evidenzia che: “L’esperienza ha dimostrato che la propaganda occulta è un’arma internazionale, sia in pace che in guerra […] L’applicazione dei più avanzati studi psicologici punta a manipolare l’opinione pubblica dei popoli senza che questi ne abbiano coscienza”, e ricorda che “tutti i mezzi di comunicazione di massa sono utilizzati come veicolo per la propaganda occulta”. Parliamo ora dei “falsi incidenti” che sono “il pretesto più utilizzato per: (a) modificare l’atteggiamento dell’opinione pubblica; (b) provocare interventi ufficiali, militari, e diplomatici”. Non c’è che dire, dal 1946 questo documento ha fatto sicuramente scuola. E’ non credo di forzare la realtà quando dico che questo documento rappresenta la struttura portante della strategia della tensione. E’ molto chiaro: si provocano i “falsi incidenti”, magari in serie, si manipola l’opinione pubblica con la propaganda di “copertura” e il gioco è fatto.  Pensiamo alla strage di piazza Fontana: scoppia la bomba (l’incidente), vengono diffuse notizie false indicando la “pista rossa”, si catturano Pinelli e Valpreda (tutti e due innocenti) i giornali fanno da grancassa e sbattendo il mostro in prima pagina (la propaganda occulta), l‘opinione pubblica è manipolata e per di più è scossa dal tragico evento. Manca solo “l’intervento ufficiale”, il pronunciamento militare, il golpe: ma questo ve lo racconto nel prossimo post.
 
In conclusione, la strategia della tensione fu:
- una prassi politica dello stato italiano e dei suoi alleati internazionali, che attraverso gli attentati cercano di impedire l’avvicinarsi delle sinistre al potere.
- una progetto eversivo, alla quale partecipano vari soggetti, che ha come scopo definitivo il ribaltamento delle istituzioni democratiche e la creazione del regine forte di destra
- un metodo di lotta politica che si avvale della propaganda occulta e del depistaggio, pianificato per strumentalizzare gli attentati e il disordine, per coltivare la paura e con essa il consenso, così da giustificare un possibile golpe o una deriva antidemocratica
 
L’Italia è stato il più grande laboratorio di manipolazione politica clandestina. Molte operazioni organizzate dalla CIA si sono ispirate all’esperienza accumulata in questo paese, e sono state utilizzate anche per l’intervento in Cile” William Colby, ex agente della CIA
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categoria:politica, la strategia della tensione
martedì, 12 dicembre 2006
Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969 […]Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi” “Che cos’è questo golpe” o “Il romanzo delle stragi” di P. P. Pasolini, 1974.

Anche questa volta non siamo stati in grado di smentire le profezie di Pasolini, dato che a distanza di 37 anni, l’eccidio di Piazza Fontana non ha ufficialmente esecutori e mandanti.
Eravamo nel 1969, nel “boom economico”, nello scontro epico e genuino tra PCI e DC e la contestazione studentesca come le lotte operaie davano colore alla dialettica democratica. Tutto cominciò a sgretolarsi in quell’anno, alle 16 e 37 del 12 dicembre. Nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano (a pochi passi dall’Università Statale e dal Duomo) esplodeva la bomba fascista uccidendo 17 persone e ferendone un’ottantina. Un venerdì nero, nero in tutti i sensi.
Una cosa era certa: qualcuno aveva dichiarato guerra al cambiamento. Ma chi? Col chiaro intento di depistare l’opinione pubblica e di influenzare le decisioni della politica si indicava la “pista rossa” e venne accusato l’anarchico Pinelli, che dopo un lungo interrogatorio “cadde” da una finestra della questura. Era evidente che si trattava di una strage nera. Era il salto di “qualità” della destra neofascista e del “blocco autoritario” interno allo stato, che così avviavano insieme “la strategia della tensione” con il chiaro intento di deviare la vita civile italiana.

L’eccidio di Piazza Fontana cambiava la vita di tante persone: in primis dei famigliari delle vittime che, come ha detto Giorgio Bocca, dovevano subire oltre allo strazio del lutto, la “beffa” dell’iter processuale che non diede mai alcun esito, cioè non fece mai giustizia. Cambiava la vita di tanti giovani di sinistra che in quel dicembre perdevano definitivamente la loro ingenuità, e in alcuni casi, prendendo la strada che conduce alla violenza politica. Ha detto Renato Curcio, fondatore delle BR: “Con Piazza Fontana ritenni che la prospettiva di uno scontro frontale con il sistema politico fosse ormai inevitabile”. Era il preludio di una guerra civile, che sembrava dovesse scoppiare da un momento all’altro.    

Molto probabilmente la strage del 12 dicembre rimarrà un’anonima macchia di sangue nell’immensa costellazioni di stragi e attentati che punteggiano il nostro tragico paese. Sembra che questo paese sia condannato a rimanere perennemente avvolto dalle nebbie del dubbio: qui la verità è un privilegio per pochi. Pasolini ha sempre ragione: la verità appartiene al potere perché ha le prove. Noi dobbiamo rassegnarci ai fatti e ai nomi.

(a breve pubblicherò un altro post sulla “strategia della tensione”, sono mie idee, ipotesi, ragionamenti, considerazioni ecc ecc. Se siete interessati, presto sarete soddisfatti…che dio vi benedica…)
postato da: Ninel alle ore 15:37 | Permalink | commenti (15)
categoria:la strage impunita
lunedì, 11 dicembre 2006

                                







Caro presidente Ahmadinejad, le consiglio una lettura: Se questo è un uomo, Primo Levi, Einaudi. Lo legga. E magari la smetterà con questa crociata nazistoide.




Cordiali saluti: Ninel

postato da: Ninel alle ore 17:02 | Permalink | commenti (4)
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