sabato, 22 luglio 2006
Siamo contro la guerra d’Africa: a) perché è una guerra fascista; b) perché è una guerra capitalista-statale; c) perché è una guerra colonialista; d) perché è una guerraCarlo Rosselli.

Tra Rifondazione che caccia la bandiera della pace in soffitta e i Ds che si riscoprono guerrafondai, il rifinanziamento delle missioni militari italiane in Afghanistan e Iraq, è passato alla Camera. Viene detto (con la solita retorica) che l’Italia non può rinunciare ai suoi impegni internazionali a favore della pace. Tutto ciò ovviamente è falso. L’origine dei due conflitti non ha nulla a che fare con la democrazia o la liberta, qui si tratta di fare affari e basta. Se siamo lì è perché abbiamo altri interessi. Ma è soprattutto sul piano della politica interna che si gioca la partita maggiore. Per tutti, nel centro-sinistra è un bene annichilire e sterilizzare il fronte pacifista, troppo ribelle e “rivoluzionario” agli occhi della compagine governativa e dei burocrati di partito della maggioranza parlamentare. In nome delle responsabilità di stato, e bene che ogni “suicida velleità pacifista” venga messa da parte schiacciata dai ricatti e dai diktat moderati: questa è la parola d’ordine. Cari pacifisti, turatevi il naso e la bocca, e rassegnatevi a votare quello che per cinque avete respinto con forza. Già, cinque anni. Per cinque anni la “sinistra al caviale”, la “sinistra col Kashmir” e quella con il panfilo hanno cavalcato l’onda arcobaleno. Tutti erano in prima fila ai cortei pacifisti, proclamando ritiri immediati e svolte radicali: e ora? Ora sono tutti là in trincea, con elmetto e fucile per giocare al tiro alla colomba. Questo gioco vale per tutti. Per Rifondazione rappresentano la parte più irrequieta e indipendente, che mal si addice all’autoritarismo dell’ideologia bertinottiana. Alla parte moderata, invece, e cioè l’alleanza D’Alema/Fassino-Rutelli-Mastella, la cosa serve ad impedire la tanto temuta deriva “zapaterista”, l’unica in grado di spazzare via la ruggine della sinistra italiana dei “finti riformisti” e filoclericali. La critica al fronte pacifista, poi, si vela di un subdolo “razzismo”. Si inorridisce davanti a chi decide di votare no ad una missione di guerra per motivi di incompatibilità etica e morale, mentre per i “mal di pancia” neo-democristiani della Margherita per i Pacs o la fecondazione assistita, si sorvola e si giustifica in nome della libertà di coscienza dei cattolici italiani, decidendo di seguire una linea meno radicale e esaudendo così i desideri dei centristi. Perché? Perché la nostra sinistra è una sinistra conservatrice e che punta a diventare il partito del ceto medio, e soddisfare, per il mantenimento del potere, ogni suo desiderio. E dunque mantenere una linea “moderatamente” bellicista serve a questo scopo: dare alla piccola borghesia una posizione conciliante come quella del passato governo con la balla della “missione umanitaria”, e permettere così la propria stabilità elettorale. Nel nostro paese la lotta politica segue questo andamento: chi si mostra più rassicurante e paternalista, raccoglie più consenso. Funziona così, tra paura e ottimismo, si tesse la tela del consenso popolare.

Ma torniamo al nostro discorso. Per quanto riguarda l’Iraq, invece, a questa manovra di politica interna si affianca un altro motivo: lo sfruttamento del petrolio, ovvero la garanzia di partecipare alla spartizione del bottino di guerra. Come, se no, spiegare le untuose dichiarazioni di Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni, in cui si rallegra dell’uscita italiana dal conflitto che a pare suo “sta avvenendo bene, d’intesa con il governo iracheno”, tanto bene che “si può cominciare a pensare a investire in Iraq”? Si spiega molto semplicemente pensando al fatto che questo è lo scopo effettivo della presenza militare a Nassiriya, costata sangue e denaro; e poi perché lo stato e proprietario dell’Eni per il 32% e i giacimenti iracheni frutteranno all’azienda petrolifera circa 6 miliardi di euro: come si può pensare che lo stato vada conto i suoi stessi interessi? Secondo voi il governo Prodi, metterà i bastoni tra le ruote al cartello petrolifero della International Tax & Investment Center, creato appositamente dall’Eni con Shell, Total, Halliburton, Chevron e BP, per entrare nel mercato iracheno e depredarne con contratti vantaggiosi il sottosuolo? A ben vedere credo di no. Se non c’è ritiro immediato, ma entro i tempi stabiliti dal precedente governo, significa che si sta volutamente seguendo una tabella di marcia stabilita a monte dell’operazione, il cui fine e garantire la riuscita della missione stessa. In questo caso lo sfruttamento del petrolio iracheno connesso all’immensa possibilità per le aziende italiane (nei rapporti ministeriali è chiamato “sistema Italia”) di sfogare i loro istinti predatori, guadagnando dove gli alti hanno lasciato cumuli di macerie e morti. Messo in questi termini il ritiro italiano dall’Iraq è un paradosso. Anzi, ancora una volta, viene mostrata la vera natura della guerra in Iraq: una rapina a mano armata con omicidio plurimo.

Lunedì la “patata bollente” passa al senato, dove i dissidenti sono molto più di quattro e il loro dissenso può avere ben altri effetti e cioè la crisi di governo.

Detto questo, se il governo Prodi dovesse cadere, io sarei il primo ad applaudire. Primo perché anch’io come Gino Strada “Quando un governo cade perché appoggia una guerra, faccio un bel brindisi” e soprattutto, perché nella sua prima prova importante, al governo del centro-sinistra è venuta a mancare una delle qualità fondamentali della politica: la coerenza. Non l’unità o la coesione, ma la volontà di rimanere nel solco tracciato in campagna elettorale e cioè la discontinuità con il governo berlusconiano.
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categoria:brindisi pacifisti
martedì, 11 luglio 2006

Doveva essere una festa: ma qualcuno ha pensato di rovinarla con le croci celtiche:



E come se non bastasse, durante i festeggiamenti, alcuni nazifascisti ne hanno approfittato per fare un raid antisemita al ghetto ebraico di Roma:


 <B>Scritte antiebraiche nel ghetto di Roma </B>


 <B>Scritte antiebraiche nel ghetto di Roma </B>


Un simbolo di odio razziale sul palco degli "azzurri": no comment...

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categoria:presenze indesiderate
domenica, 09 luglio 2006
Gli anni che stiamo vivendo, sono gli anni delle grandi menzogne. Questo è fuori da ogni dubbio. Basta leggere la cronaca politica di questi giorni: la disinformazione creata a tavolino dall’ intelligence, i giornalisti al soldo delle spie e del potere, denotano un cattivo stato di salute della nostra democrazia. Non è solo questo a rendere tutto ciò negativo, ma anche l’effetto che le menzogne hanno sulla società. Il primo effetto è quello di creare un permanente clima di paura e di tensione psicologica, il cui fine è la stabilità del sistema politico. La paura è diventata un mezzo politico a tutti gli effetti. E’ l’arma migliore per manipolare l’opinione pubblica, creare il consenso e eliminare ogni dubbio e critica: monopolizzando la paura si accentra anche il potere decisionale e si cancella ogni forma di opposizione. La paura scavalca i normali organi di rappresentanza politica e crea un filo diretto, un rapporto d’interdipendenza, tra il governo e il “popolo”, ossia: burattinaio e burattino. Il cittadino terrorizzato, in preda alla sua instabilità emotiva, involontariamente cade vittima di ogni menzogna e vedrà nel governo forte l’unica fonte di salvezza: lo difenderà da ogni possibile accusa e appoggerà la sua condotta qualunque essa sia.

I mezzi d’informazione (tutti), a loro volta, si fanno strumento di manipolazione della realtà amplificando le false notizie, seminando paura e definendo i tratti tipici, somatici e culturali, politici e religiosi, del male assoluto, del nemico dell’occidente cristiano e democratico. Tale impianto porta con se i germi del pregiudizio, ovvero, il sonno della ragione: siamo indotti a vedere in tutto ciò che sia mulatto, immigrato, arabo e mussulmano un potenziale kamikaze, una minaccia: questo, il secondo effetto negativo. Vediamo nel mussulmano un nemico inesistente, dato che questo esiste solo nei dossier spudoratamente falsi e non nella realtà effettiva. L’ondata antislamica delle nostre società, si spiega soltanto se teniamo conto del sistema di disinformazione imbastito dal potere e della relativa diffusione nel tessuto sociale e culturale dei pregiudizi islamofobici. Una degenerazione del genere non è tollerabile se pensiamo a quello che è accaduto nel secolo scorso, per quanto riguarda razzismo ed antisemitismo.

E con la stereotipizzazione del male il cerchio si chiude: sequestrare, torturare e detenere illegalmente un cittadino di nazionalità egiziana e per giunta mussulmano, è accettabile. La colossale menzogna di orwelliana memoria, dei legami di Saddam con Al Qaeda e l’attentato dell’11 settembre, verità accettabile e assoluta: questo non perché Saddam è un tiranno, ma perché ha le caratteristiche somatiche dell’arabo e dunque di un terrorista islamista. Attaccare l’Iraq, violando il diritto internazionale e negando il più elementare diritto umano durante l’occupazione, è accettabile. Tutto ciò sembra fuori da ogni logica. Eppure sta accadendo. Del resto, la colta società tedesca non accettò la persecuzione e lo sterminio degli ebrei? 

“E' più facile spezzare un atomo che un pregiudizio” (Albert Einstein)
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categoria:bugie e pregiudizi
giovedì, 06 luglio 2006
Vediamo se riuscite ad indovinare chi è il personaggio misterioso che si cela dietro queste potenti ed illuminanti definizioni:

“**** è stato l’eroe rappresentativo di questa stanchezza e di questa aspirazione al riposo. La sua figura di ottimista sicuro di sé, le sue astuzie oratorie, l’amore per il successo e per le solennità, la virtù della mistificazione e dell’enfasi riescono schiettamente popolari tra gli italiani. E’ difficile immaginarlo altrimenti che sotto le spoglie di un audace condottiero di compagnie di ventura; o come il capo primitivo di una selvaggia banda posseduta da un dogmatico terrore che non consenta riflessioni.”

Non avete capito di chi si tratta? Andiamo avanti:

“In un contesto internazionale di impenetrabili l’inferiorità di ****, attore più che artista, tribuno più che statista, è palese poiché egli non sa che specchiarsi nella propria enfasi. La sua eloquenza, la forza del polemista, non sanno battersi sul terreno delle ironie e dei sottintesi, restano smontate appena dal comizio si passi all’arguta conversazione e alla snervante schermaglia insidiosa delle parole. **** è a suo agio soltanto quando parla al buon popolo e ne ascolta i desideri o lo rimbrotta con fiero cipiglio per le sue monellerie. L’ordinaria amministrazione con la sua monotonia è un altro fiero nemico del presidente; se egli non avesse un piacevole divertimento nella trovate sportive che gli riconciliano la popolarità il compito quotidiano sarebbe snervante e senza risorse”

“Tuttavia restano notevoli le attitudini di **** a conservare il potere tra un popolo entusiasta e desideroso di svaghi, che egli conosce benissimo e cui appresta quotidiane sorprese”

“Il ****ismo è dunque un risultato assai più grave del fascismo perché ha confermato nel popolo l’abito del cortigiano, lo scarso senso della propria responsabilità, il vezzo di attendere dal duce, dal domatore, dal deus ex machina la propria salvezza.”   

Semplice: buon divertimento!
postato da: Ninel alle ore 13:51 | Permalink | commenti (12)
categoria:linnominato