“Fert Britannia aurum et argentum et alia metalla, pretium victoriae”
(La Britannia produce oro e argento e altri metalli, premio della vittoria) Cornelio Tacito, 98 d.C.
Ogni qual volta qualcuno azzarda soltanto ad accennare un possibile nesso tra la guerra in Iraq e il petrolio, viene accusato di complottismo o di dietrologia. Lanciano queste accuse a causa di una loro pregiudiziale filoamericana: se la guerra la fanno gli Stati Uniti è certamente per dei nobili motivi. Anziché cercare di comprendere gli eventi che hanno caratterizzato questi ultimi tempi, preferiscono crogiolarsi nella consolatoria e rassicurante linea governativa, esaltata dalla grancassa mediatica asservita al potere. Scelgono la via più corta: omologarsi alla vulgata e alla leggenda della guerra per la democrazia e contro il “terrorismo”.
Mentre quell’idea, quella tesi particolarmente eretica, a cui nessuno vuole aderire, rimane sospesa nel vuoto disinteresse generale. Ma è in questa tesi dissidente che vanno ricercate le vere motivazioni del conflitto: il vero movente di questa guerra, basata sulla falsità, si trova nel nero e vischioso petrolio. Non è solo il suo sfruttamento, da cui dipendiamo tutti, (essenziale per un paese come gli Usa, che consuma il 26% del petrolio prodotto ogni anno nel mondo ma controlla solo il 2% delle riserve mondiali obbligandolo ad importare il 70% del suo fabbisogno), a determinare la sua grande importanza. L’oro nero, come disse Enrico Mattei nel lontano 1958, “è una risorsa politica per eccellenza, sin dai tempi in cui la sua importanza era più strategica che economica”. E’ il suo valore politicamente intrinseco a determinarne la fortuna. Questo in generale. Ma rimaniamo sul caso Iraq. Recentemente è stato ridefinito lo stato delle riserve irachene. A quanto sembra il petrolio non ancora messo in produzione ammonta a circa 400 miliardi di barili. Ciò farebbe dell’Iraq la prima riserva mondiale, davanti all’Arabia Saudita (con 262 miliardi) e alle regioni del Caspio (110 miliardi di barili). Nel luglio del 2000, un ex alto dirigente dell’industria petrolifera, Fadhil J Chalabi, rivelò: “Il potenziale petrolifero iracheno, oggi poco sfruttato, è talmente immenso che, quando sarà attivato e messo in circolazione, potrà provocare cambiamenti drastici nella politica petrolifera ed energetica mondiale”. Chi potrà gestire questo immenso mare nero, avrà la possibilità di fare il buono e il cattivo tempo del prezzo del petrolio, e dunque influenzare pesantemente l’economia mondiale. Potrà decidere le regole del gioco, ma soprattutto da lui dipenderà l’assetto geopolitico del futuro. E fondamentale, tutto questo permetterà di ridimensionare la scalata dei paesi emergenti come la Cina, l’India e anche l’Europa, grandi consumatori di petrolio.
Per questo credo sia doveroso dare al “fattore P” il giusto peso nelle decisioni di politica estera e militare del “comandante in capo”, George W Bush, e dei suoi cortigiani neoconservatori.
Non baso le mie opinioni (e di altri pochi testoni) sul nulla. Tanti sono le prove che ci indirizzano direttamente alla questione. Pochi sanno (o ignorano) che durante l’invasione dell’Iraq, furono bombardati e rasi al suolo tutti i ministeri (non venne colpito nessun ministro, ma morirono centinaia di civili innocenti) tranne uno: il Ministero del Petrolio. Ma non è finita: quando il 9 aprile 2003 i marines entravano a Bagdad, e le tv di tutto il mondo facevano vedere un mezzo militare intento ad abbattere la statua del tiranno, furono messi immediatamente a difesa dell’unico palazzo governativo, salvato, chissà perché, dalla furia distruttrice delle bombe. In seguito, come ricorderete, gli importantissimi
musei iracheni, lasciati indifesi ed incustoditi, furono saccheggiati: mentre gli sciacalli depredavano i tesori archeologici lasciati dall’antichissima civiltà mesopotamica, i marines erano intenti a requisire la memoria degli oltre 200 computer presenti nel Ministero. Come hanno riferito funzionari ministeriali, i computer contenevano informazioni importantissime: dati strategici, grafici, prove di produzione, progetti di nuovi impianti ecc ecc. Un episodio del genere già permette di capire quale peso abbia il petrolio nel conflitto iracheno. Continuate a credere alla favoletta della lotta al terrore? E allora andiamo avanti.
Esiste un documento (potete visionarlo alla pagina web: http://www.judicialwatch.org/iraqi-oil-maps.shtml) che credo riveli molto esplicitamente i veri interessi dell’amministrazione Bush: questo documento è stato redatto dal gruppo di esperti energetici di Cheney, su richiesta del presidente. Il titolo del rapporto è il seguente: “Foreign Suitors for Iraqi Oilfield Contracts”. I documento contiene: una mappa dell’Iraq dove vengono evidenziati i giacimenti di petrolio in produzione e le ricchissime aree di petrolio non sfruttate (i blok), gli oleodotti e i gasdotti, le raffinerie e i terminali iracheni, come pure 2 tabelle che dettagliano i progetti petroliferi e iracheni e un elenco degli accordi stipulati tra l’Iraq e le compagnie petrolifere mondiali (alla lettera “I” troviamo l’Italia e quanto segue: Agip – Nassiriya – 1997: lascio a voi le dovute conclusioni). Dunque è palese l’interesse dei due ex petrolieri Bush e Cheney verso il petrolio iracheno. Non bisogna poi dimenticare l’immensa lobby che grava sulle loro teste (e su altri) e influenza fortemente le loro decisioni politiche: per il primo è la Unocal, colosso petrolifero californiano, finanziata dal gruppo Carlyle, nel cui consiglio di amministrazione siede George Bush padre. Qualche altra informazione: l’Unocal, grazie alla guerra in Afghanistan e al relativo abbattimento del turbolento regime dei talebani, potrà costruire l’importantissimo oleodotto tra il mar Caspio e il Golfo Persico, la cui realizzazione fu stabilita nel 1996 grazie ad un accordo con i signori di Kabul, al modico prezzo di 2 miliardi di dollari. Con la cacciata degli antichi alleati e con l’appoggio americano è diventato presidente dell’Afghanistan Hamid Karzai (un ex consulente dell’Unocal). In poco tempo Karzai ha avviato le dovute trattative tra il Turbekista e il Pakistan e l’Unocal ha potuto iniziare i lavori per la messa in posa della pipeline. Ma torniamo al nostro documento. Come vedete il petrolio ha avuto una sua importanza. Anche e soprattutto perché questo interesse si è trasformato in azioni politiche e militari concrete.
Il documento, poi rivela un altro fatto: l’intervento in Iraq è stato premeditato. Il rapporto infatti è datato marzo 2001, cioè due mesi dopo il giuramento del presidente. Dunque l’attacco al regime iracheno matura molto tempo prima dell’11 settembre (6 mesi prima). Non a caso fin dalle prime settimane dopo il vile attentato, i vari falchi della Casa Bianca, fecero di tutto per accusare Saddam Hussein. Sollecitarono il capo dell’antiterrorismo, Richard Clarke, a collegare il fatto a Saddam. Sia Rumsfeld, segretario alla Difesa (con interessi nella compagnia petrolifera Occidental), e il suo vice Wolfovitz, cominciarono a parlare di “prendere l’Iraq”. Da subito, l’attacco alle Torri Gemelle venne preso a pretesto per scatenare l’attacco contro il ricchissimo Iraq. Ma le prove erano poche, perciò si fece una puntatina contro l’ex alleato talebano. Sistemato l’Afghanistan il Pentagono si occupò per tutto il 2002 di preparare i piani dell’invasione. Mentre Bush e la sua banda avviarono la martellante campagna mediatica, spacciando per verità le tante prove false, per manipolare l’opinione pubblica mondiale e mascherare i veri interessi della missione militare: il controllo del petrolio iracheno e di una regione così geopoliticamente importante.
Conclusine: in questa torbida storia una sola cosa è certa: il “fattore P” ha avuto una parte molto importante. Ma scusatemi: quando nella storia, si è combattuta una guerra per un bene immateriale? Voltaire ha scritto: “Si tratta di sapere a chi deve appartenere un campo: questo è l’oggetto di tutte le guerre”. Chi si illudeva di nascondere la verità agli occhi del mondo, ha fallito. Tutte le bugie create a tavolino dal potere sono state smascherate. Sta a noi raccogliere tutti i tasselli del mosaico per ristabilire l’ordine dei fatti...